I volumi leggeri di Alberto Pasqual

Se dovesse scegliere tra le parole “creatività » o rigore “estetico” cosa sceglierebbe?
A mio giudizio vanno di pari passo. Sceglierei però indubbiamente per prima “creatività” perché essa è alla base e l’artista non avrebbe modo di esistere diversamente.

Il rigore estetico è una conseguenza dell’opera realizzata, che, a mio avviso, deve avere delle regole ben precise.

Scolpire per lei è una necessità (intesa come un bisogno personale) oppure un’attività che svolge proprio come se si trattasse di una comune professione?

Penso che scolpire, dipingere, suonare o dedicarsi ad altre forme artistiche sia veramente una necessità personale. La scultura nel mio caso esprime un collegamento tra questo ed un altro mondo: dalla dimensione fisica si raggiunge una dimensione più leggera, concettuale. Sebbene sia un’attività che svolgo come professione, cerco, per quanto mi è possibile, di potere essere libero nelle mie scelte e decisioni.

Alberto Pasqual, Studio per grande ruota 2012 ferro cm 38 x 41 x 14

Cos’è che l’affascina maggiormente di un materiale così “duro” e difficile come il ferro?

Secondo me il ferro è il materiale più difficile da lavorare poiché prevede attrezzature non indifferenti e difficoltà tecnico-lavorative notevoli.

Ciò che mi affascina maggiormente è la sua crudezza, lo scontro tra lui e me attraverso il fuoco. L’energia che fa da tramite scompare, ma lascia impresso il suo passaggio a volte dermico – come le bruciature e le colature – a volte segnico come accade per i solchi. Inoltre, il fuoco intenerisce, rende duttile la materia creando diverse situazioni e trasformando le forme naturali.

Alberto Pasqual, Tracce ( Monolite ) 2012 acciaio corten cm 35 x 120 x 6. Photo credits: Mattia Balsamini 

Che importanza ha per lei la prima fase, ovvero quella del disegno, nella creazione di un’opera?

Ritengo che il disegno sia importantissimo poiché rappresenta la prima fase di un’idea.

Il disegno significa progettazione. Io progetto ormai quasi tutti i giorni. I miei schizzi – così li chiamo – sono fatti principalmente a matita o a china, sono embrioni che hanno la funzione di idealizzare e far nascere quelle che poi saranno le forme. A volte gli schizzi vengono riprodotti anche trenta, quaranta volte, fino a trovare, anche se non sempre in maniera perfetta, l’idea da realizzare.

Alberto Pasqual, Ferita 2012 ferro cm 20 x 35 x 6. Photo credits: Mattia Balsamini 

Che legame vorrebbe si instaurasse tra l’osservatore e una delle sue opere?

Fondamentalmente desidero che l’arte sia e rimanga una forma di espressione e di ricezione individuale.

Cerco di entrare in contatto intimo con la materia: la “offro allo sguardo”, lasciandola dialogare liberamente. Attraverso un’arma come il fuoco, l’energia che vince questo elemento, sembra resistere al tempo e a tutto ciò che accade. Spesso, e mi riferisco alle forme d’arte figurativa, i tagli e le lacerazioni contengono una drammaticità e una sofferenza esistenziale, un dolore sia fisico che mentale.

Quanto c’è di lei nei suoi lavori?

Apparentemente potrei sembrare un uomo semplice: la mia vita piena di emozioni e di situazioni fa sì che ci sia molto di me nei miei lavori. Anzi, penso proprio ci sia tutto me stesso: la mia passione, ma direi anche “missione”, è quella di offrire un racconto sull’energia, ovvero quella stessa energia che sottende alla materia.

Perché, tra tutte le diverse tecniche artistiche che si possono praticare, pensa di essersi innamorato proprio della scultura?

Il poter entrare con le mani nella materia, sentirla, viverla…

La tridimensionalità mi ha sempre attirato: poter vedere le forme dialogare e interagire con lo spazio circostante è ciò che più mi affascina, soprattutto in questi ultimi periodi in cui sto realizzando sculture monumentali come dimensione.

Si vive in un luogo e lo stesso luogo lo si trova proprio all’interno di alcuni miei lavori. Con un quadro non riuscirei a fare la stessa cosa.

Alberto Pasqual, Ut tensio sic vis 2011 ferro cm 32 x 14 x 12. Photo credits: Mattia Balsamini 

Alberto, lei è cresciuto e si è formato nella bottega paterna: qual è stato l’insegnamento più prezioso che le ha dato il suo primo maestro?

Ho vissuto poco con mio padre perché é morto giovane. L’insegnamento più prezioso però lo ricordo molto bene e in maniera affettuosa: lavora e ama il materiale che hai tra le mani, qualunque esso sia.

La lavorazione di materiali poco duttili come quelli che predilige, viene vissuta ancora da lei come una sfida, oppure oramai, grazie alla sua abilità, si sente sempre sicuro del risultato finale?

No, non sono mai sicuro del risultato finale: il mio è un rapporto – come ho già detto – tra l’uomo e la materia, una sorta di scontro-battaglia. Sarà poi il mio impegno a vincere, dando qualità e risultato estetico all’opera.

C’è stato mai un lavoro che per complessità di esecuzione non ha sentito di padroneggiare? E che non è mai riuscito a “vedere come un progetto finito”?

Penso di sì. Si tratta di un monumento ai donatori di sangue: in quel periodo ho avuto un infortunio lavorativo che mi ha limitato molto e c’era un tempo di consegna da rispettare. Ho cercato di fare del mio meglio, ma ad oggi vorrei ancora ragionarci su.

Alberto Pasqual, Studio per grande ruota 2016 china su carta cm 30 x 20

Che significato ha la parola “volume” per Alberto Pasqual?

Volume per me significa estensione, massa, geometria, rigore e regole di calcolo.

Tutta la mia scultura è fatta di volumi, si appella alle strutture solide note: cubi, sfere, parallelepipedi che a volte si compongono assieme a formare orizzonti nuovi. Volume significa anche peso e compattezza, ricerca che apre nuovi varchi partendo da forme primigenie.

Alberto Pasqual ritratto da Mattia Balsamini

Quanto la influenza il territorio dove vive dal punto di vista creativo?

Sento di appartenere a questo territorio. Non so quanto mi possa influenzare, vero è che io mi sento uno scultore friulano, immerso in una regione anche aspra per i suoi luoghi, le sue montagne, il Carso. Penso che molte delle mie sculture possano avere alcuni di questi riferimenti: i solchi, le lacerazioni, i fori, le slabbrature riconducibili magari alle erosioni d’acqua, alle forre…

Guardando i suoi disegni si ha l’impressione di osservare già i volumi in metallo incisi, tanto verosimile è il modo in cui lei riesce a trattare cromaticamente la materia: è già nel segno sulla carta che si immagina l’opera definitiva?

Sicuramente riesco ad immaginare l’opera finita attraverso i miei disegni: ciò accade grazie ad un’ esperienza ormai trentennale. Per quel che riguarda il cromatismo uso solo polveri, ossidi o pigmenti naturali che riproducono in maniera fedele i colori delle opere. Capita spesso infatti che le persone scambino certe mie carte arrugginite per lastre di lamiera metallica.

Riprese: Alessandro Venier
Montaggio: Mattia Balsamini, Maurizio Polese

È lei a decidere quando fermarsi nell’esecuzione di un’opera o è l’opera stessa in qualche modo a chiederglielo?

Intervenendo sulla materia sono sempre io a decidere dove fermarmi in fase di esecuzione: ciò accade anche per uno studio fatto in precedenza. Solo in un paio di casi mi sono fermato per paura di rompere un equilibrio che mi sembrava perfetto.

Quanto distano tra di loro lo schizzo che lei fa su carta e l’opera finale? Vede queste due fasi molto lontane tra di loro o piuttosto ravvicinate?

Come ho già detto, c’è una similitudine tra i due linguaggi, anche se penso che i lavori potrebbero vivere in totale autonomia. Certe idee si sviluppano secondo variazioni di volume e colori anche nelle carte o nei bassorilievi rossi e marroni di ruggine. Certo è che i disegni nitidi, essenziali e ritmici precludono una ricerca verso le geometrie, alle forme legate alla terra, alla natura, alla vita.

http://www.albertopasqual.it/

Chiara Orlando per BID ON fashion

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